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La passeggiata

 

Tanti anni fa…Una mattina d'estate. A Guarcino, affollata di villeggianti-oriundi: guarcinesi costretti a lasciare la casa natia e le radici in cerca di lavoro nella grande città, ma gelosamente e amorevolmente attenti a mantenere vivi i legami della terra per sé e per i figli.

Una comitiva di ragazzi vocianti si avvia, in ordine sparso, da S. Sebastiano per raggiungere Filette. Man mano che procedono lungo la strada, si compattano e il gruppo si riforma, omogeneo. Si ride, si scherza, si urla, si amoreggia (com'era possibile farlo a quei tempi!).

Arrivano alla Madonnella, abbandonano la "via romana" e s'incamminano sulla strada sterrata che porta a Filette.

Subito a destra ci sono i lavatoi: qualcuno ci ha passato qualche ora la sera precedente a scambiarsi qualche furtivo timido bacio, a fatica conquistato, attento a non essere scoperto (a Guarcino le chiacchiere, si sa…).

Ecco quindi la cartiera di Pastorino; ma già prima di arrivarci si avverte, pungente, l'odore acre della paglia della "mèta", alta, imponente, ancora gialla perché appena accatastata dopo le fatiche della mietitura. E che non raramente dà uno spettacolo "fiammeggiante" di sé a beneficio dei Guarcinesi, "per autocombustione" si diceva.

All'altro lato della strada sterrata, alla stessa altezza della "mèta", la grotta che, durante la guerra, fu adibita dall'esercito tedesco a piccolo deposito di munizioni: un giorno esplose, e schegge e detriti furono ritrovati fino al "casino delle streghe", a mezza costa di là del Cosa.

Appena superata la mèta, ecco la "fornace di Alfonso", un'imponente costruzione industriale dell'800 per la produzione della calce, che si erge, massiccia, dal fondo del fiume.

La strada, qui, comincia a salire, e si lascia sulla destra il piccolo "molino di Bonifacio", che macina grano e granturco per il pane e la polenta delle famiglie guarcinesi. "Va a piglia' 'no chilo de farina gialla ché oggi facimo la polenta" diceva la mamma; e il ragazzino, bofonchiando ma segretamente contento di mangiare a pranzo la polenta "co' le zazzicchie e i broccoli", andava al molino dove Bonifacio, integralmente bianco di farina, prendeva la farina gialla direttamente dal setaccio e la metteva nelle mani del ragazzino che la sentiva ancora calda dalla macinazione. Per non dire del profumo che emanava… che faceva sentire già il gusto della polenta ( e de "jo pantufo" invernale).

Procedendo lungo la strada, comincia a sentirsi il chiacchiericcio dell'acqua tra le piccole rocce e i sassi del letto del Cosa. Dal costone subito dietro il molino, arriva allegro il rumore di una cascatella: dà una sensazione di fresco ai ragazzi che cominciano ad avvertire, cocente, il calore del sole. Poi, quando la salita si fa più dura e la vegetazione più alta e fitta, ci si sente immersi nel rumore e nella frescura di un piccolo salto dell'acqua che invitano i ragazzi a sedersi sul muretto, subito prima del ponticello, per concedersi una pausa rilassante. Ora - sono quasi le dieci - il fiume e la vegetazione fanno sentire di meno il calore del sole e asciugano il sudore dei ragazzi, che già pregustano il piacere del panino allo chalet di Alfonso e dell'acqua che berranno direttamente dalla cannella della fontana, su alla Fonte.

Soddisfatte le esigenze dello stomaco, si va spediti alla "noce", di fianco al rudere della cartiera, a sedersi sul prato alla sua ombra, per tentare qualche approccio con le nuove ragazze della comitiva, ad allungare la mano o a tentare un qualche veloce sfioramento con le "conquiste" del giorno prima, a raccontar barzellette, a fare i piani per qualche festa da ballo per la sera sulla terrazza di Filette o a casa di qualcuno dei ragazzi locali.

Piccole grandi cose, che riempivano di gioia e di soddisfazione noi, ragazzi dell'estate guarcinese di metà millennio.

Ed eravamo felici!

                                                                                                                                 

(carlo restante)

 

Domus